La FIDAL ha ufficializzato la squadra azzurra per i Campionati Mondiali della 100 km, in programma ad Ames, in Spagna, il 20 settembre 2026. Dodici convocati, sei uomini e sei donne. E in quella lista, tra i sei uomini, c'è un nome che per noi non è un nome qualsiasi: David Colgan, Atl. Castenaso Celtic Druid.
David è un coach che seguiamo da tempo, da dietro le quinte. E questa convocazione non ci sorprende: chiunque abbia letto anche solo tre dei suoi contenuti sa che era una questione di quando, non di se.
Ma questo articolo non è (solo) un applauso. È che la filosofia con cui David è arrivato in Nazionale è una delle cose più lucide che si possano leggere oggi, in un feed dove tutti hanno la scorciatoia giusta da venderti. E vale per chi corre, per chi allena, e sì, anche per chi fa impresa e comunicazione.
Non la dedica a un risultato. La dedica al processo
Quando è arrivata la convocazione, David non ha parlato di medaglie, tempi o riscatti. Ha parlato di una parola che si porta dietro da sempre: testardaggine. Ma ridefinita.
"Non quella di chi continua a fare la stessa cosa aspettandosi un risultato diverso. La testardaggine di cui parlo è quella che ti porta a farti domande. A mettere in discussione le tue convinzioni. A confrontarti con professionisti migliori di te. A studiare, osservare, sperimentare e cambiare."
E poi la sintesi che vale il prezzo del biglietto:
"Migliorare non significa ripetere. Significa evolvere. Per questo questa convocazione non la dedico a un risultato. La dedico al processo."
Fermati un secondo su questa frase. In un mondo che celebra solo il traguardo, dedicare la convocazione in Nazionale al processo è quasi un atto sovversivo. Ed è esattamente il punto: la perseveranza vera non è ostinazione cieca, è il coraggio di continuare più l'umiltà di cambiare rotta quando serve.
La corsa è la punta dell'iceberg
C'è un'altra immagine che David usa spesso e che dovrebbe stare appesa in ogni ufficio, non solo in ogni spogliatoio:
"La corsa è solo la punta dell'iceberg. Sotto c'è tutto il resto: recupero, alimentazione, forza, testa, costanza, abitudini. E alla fine la maratona ti presenta il conto di tutto questo."
Quello che vedi in gara, o su Instagram, è il 10%. Il restante 90% è invisibile, noioso, quotidiano. E non fa engagement.
Lo diciamo per esperienza professionale: funziona identico nella comunicazione. Il post che vedi è la punta dell'iceberg; sotto ci sono strategia, dati, test, mesi di costanza. Chi giudica (o copia) solo la punta, affonda con eleganza.
La generazione "subito bomber"
David ha anche il coraggio di dire una cosa che sui social non conviene dire:
"C'è un trend che vedo sempre più spesso: partire subito da bomber. Maratone, ultramaratone, Ironman... senza passare dalle basi. La vera crescita nell'endurance non è spettacolare ma lenta, progressiva, spesso silenziosa."
Il suo consiglio è disarmante nella sua semplicità: iscriviti a una squadra locale, fai le gare provinciali, impara a stare in gara, a conoscerti, a costruire. Poi, e solo poi, allunga le distanze. Perché accettare l'infortunio come "parte del percorso" non è spingersi oltre i limiti: è limitare il proprio massimo di domani.
"La performance si costruisce. Non si improvvisa."
Se lavori nel digitale, questa frase ti suona familiare. È la stessa identica dinamica di chi spara budget in advertising senza basi, senza un posizionamento, senza un sito che converta: parte "da bomber" e si infortuna, solo che l'infortunio si chiama budget bruciato.
Filtrare il rumore, non alimentarlo
C'è un motivo se i contenuti di David funzionano, e non è l'algoritmo. È che vanno nella direzione opposta al feed: dove tutti vendono i risultati in poche settimane e gli allenamenti "segreti", lui scrive che i risultati arrivano dopo anni di scelte, rinunce e compromessi.
"È più vendibile raccontare il contrario. Ma non è la realtà."
Ecco la parte in cui, lo ammettiamo, siamo di parte: siamo onorati di seguire David da dietro le quinte da tempo, e di aiutarlo a comunicare e divulgare questa filosofia. Perché è un coach vero con una disciplina spesso anti-social: mentre il racconto patinato mostra fatiche di facciata e trasformazioni lampo, David sbugiarda quella narrazione e riporta il pubblico coi piedi per terra. Contenuti educativi, verità scomode, zero fumo. Ed è proprio per questo che il suo personal brand è credibile: non perché grida più forte, ma perché dice cose vere da abbastanza tempo che la fiducia si è accumulata. Come gli adattamenti aerobici, appunto: lentamente, e poi tutta insieme.
Nessuno corre da solo
L'ultima lezione è forse la più controintuitiva per uno sport di solitudine apparente:
"Spesso ci vedete correre da soli, ma questo non è uno sport solitario. Dietro ogni traguardo ci sono persone, professionisti, confronti sinceri e un percorso condiviso che rende possibile ogni passo avanti."
Vale per una 100 km e vale per qualsiasi progetto ambizioso: chi arriva lontano ha sempre un team dietro, anche quando in foto c'è una persona sola.
Il 20 settembre David sarà ad Ames con la maglia azzurra, a correre 100 chilometri costruiti in anni di lavoro invisibile. Noi saremo qui a fare il tifo, con una certezza che lui stesso ci ha insegnato: il risultato è lo specchio del processo. Sempre.
In bocca al lupo, David. Ci vediamo ad Ames.